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Perché il Mobile che preferisco durante il Salone è il mio divano

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Ho calcolato che l’edizione appena conclusa è stata la mia diciottesima presenza nel pubblico del Salone del Mobile, a partire da quella del 1999, la prima da studentessa di architettura del Politecnico di Milano.

In realtà al Salone vero e proprio ci sono stata sì e no due volte: non lavorando nell’interior design non ho un interesse professionale diretto nel campo e quindi la fiera in sé mi annoia. Diciamo quindi che è stato il mio diciottesimo FuoriSalone.
Scrivo questo post per spiegare le ragioni per cui il divano di casa mia resta ancora il mio Mobile preferito durante il Salone omonimo (è un Rörberg di Ikea fuori produzione, per chi se lo stesse chiedendo, tanto per chiarire la mia padronanza sul tema design). E lo so che ormai fa più figo criticare il Salone piuttosto che lodarlo, ma premetto che non è questa la mia intenzione.

La motivazione numero uno per la quale io e il Salone non ci prendiamo è che mi provoca un’incredibile ansia da prestazione. Ansia di non esserci, ansia delle troppe cose da vedere e del poco tempo a disposizione, ansia della scelta matematica degli eventi sbagliati a scapito di quelli giusti, ansia del non essere abbastanza informata.
#tropparoba #troppaansia

Da qui il secondo motivo: non è che il fatto di essere un architetto faccia di me un’esperta e un’appassionata di design. Non riesco a commuovermi per la nascita di un nuovo materiale innovativo e non gioisco delle sfumate differenze fra una collezione e l’altra di piatti o piastrelle. Sono sensibile alla bellezza, questo sì: e quello che mi colpisce di più di ogni edizione infatti sono gli allestimenti e le installazioni più che gli oggetti esposti in sé. Che poi, diciamocelo, non è che siano tutti così imperdibili.
#troppiluoghicomuni

Da architetto indigeno e non in gita appositamente organizzata a Milano per il Salone, durante la Design Week io lavoro come sempre, quindi probabilmente il terzo motivo di questa antipatia (reciproca) è dovuto al fatto che rosico nel vedere chi può pascolare liberamente per le varie location durante le ore diurne della settimana lavorativa, mentre a me tocca concentrare “tutto” dopo le 8 di sera e nel weekend. Cosa che spesso poi rinuncio a fare perché c’è casino.
#troppainvidia #troppolavoro

Il che mi porta alla motivazione numero quattro: anche riuscendo, negli orari e nei giorni di picco, a raggiungere qualche evento interessante, non riesco mai a godermelo e a vedere bene ciò che viene proposto perché c’è davvero un sacco di gente. Ma un sacco proprio. Per di più vivo in un’area di Milano, vicino a zona Tortona, che durante la Design Week è particolarmente presa d’assalto e diventa davvero sovraffollata. Da vera milanese imbruttita non posso quindi esimermi dal lamentarmi del traffico (pur non avendo l’automobile e andando sempre a piedi).
#troppagente #troppocasino

Legata alla precedente, la quinta e ultima motivazione del mio disamore è che più invecchio cresco e più divento un orso. La misantropia mi tiene lontana dagli eventi più mondani pieni di gente giusta e dalle occasioni dove è impossibile non esserci e mi fa anelare al mio divano come luogo dove trovare riparo. Ed eccoci arrivati al Rörberg.
#troppasocialità #troppainadeguatezza

Ricapitolando, quindi, la Design Week per me è portatrice di troppa ansia per le troppe cose da fare e da vedere, troppi luoghi comuni su ciò che deve interessarti per forza! vista la tua professione, troppa invidia per chi può disporre liberamente del suo tempo e scegliere cosa vedere e quando, troppa gente in giro, spesso a sproposito, troppa socialità tutta insieme che mi porta a rifugiarmi nella mia tana.
Ma forse sarebbe bastato dire che era la diciottesima volta e dopo un po’, si sa, la magia svanisce.
Mi resta da dire che il FuoriSalone generalmente ricambia la mia antipatia facendomi trovare un bello scroscio di pioggia nell’unica sera in cui decido di uscire.


Questo non significa che nell’edizione del FuoriSalone 2016 io non abbia visto niente: chi fosse interessato può trovare un po’ di foto qui oppure su Instagram #archinoiasaloon16.

3 comments

  1. Quanto ti capisco.
    Io sto iniziando a tenere il conto di quanti saloni/fuori Saloni io abbia saltato negli ultimi anni.
    Credo questo sia stato il terzo consecutivo!
    Parte del disamore sta sicuramente anche nel fatto che non vivo a Milano e se sommiamo la distanza a praticamente-tutti i punti che hai elencato si capisce perché anche il mio divano (che fino all’anno scorso era pure un modello decisamente scomodo) è una meta ben più ambita!
    Mettici che dopo Expo mi è venuta una repulsione praticamente totale verso la ressa di gente_ tanto più quando la quasi totalità son greggi che pascolano per il semplice gusto di pascolare e che si lascerebbe calpestare per il solo gusto di poter dire “io c’ero” invadendo a frotte anche la peggio-bettola se facesse figo esserci -sembro e forse son un po’ ‘snob’ con questa visione, lo ammetto!
    Concludo con una famosa massima del saggio Osho che credo calzi a pennello: “Eh anche questo Salone se lo semo levato dai c….” 🙂

    1. Ciao Francesco, ecco, la pensiamo allo stesso modo: e, sì, è probabile che voglia essere snob, ma ormai da tempo ho il sospetto di esserlo! C’aggia fà?! (anche questa mi pare che l’abbia detta Osho)

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