No, non ho detto archi-gioia!

Archinoia - 25 Luglio 2019

In equilibrio fra architettura e restauro

Archinoia - 23 Dicembre 2019
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Arianna Rocca è architetta e consulente per il restauro: sul suo profilo Instagram non mancano mai la polvere e gli strumenti da cantiere e proprio per questi dettagli l’ho subito sentita vicina al mio modo di essere e mi sono incuriosita del suo lavoro. Qui ci racconta la sua esperienza, in perfetto equilibrio fra le due discipline.

Da dove è partito il tuo percorso?
Mio padre è un restauratore e io fin da piccola ho respirato l’atmosfera del lavoro in bottega. Ricordo che dopo la scuola passavo lì i miei pomeriggi a fare i compiti e solo una volta finito il lavoro si andava a casa. Entrare in questo mondo per me è stato quindi un passaggio naturale, senza dubbi né troppa fatica.
Sono cresciuta in un paese a 30 Km da Torino, in piena campagna, fino a quando non è stato il momento di iscrivermi alle scuole superiori, quando mi sono trasferita a Torino con la mia famiglia. Al liceo non andavo benissimo e, quando ho dovuto decidere a quale università iscrivermi, non ho scelto restauro perché le possibilità di essere ammessa erano molto ridotte a causa del numero chiuso. L’opzione più vicina, per affinità con la materia, è stata architettura: detta così sembra un ripiego, ma per la verità non ho nessun rimpianto perché la facoltà mi è piaciuta moltissimo.
Architettura insegna a lavorare in collaborazione con gli altri, dà la possibilità di aprirsi a tante competenze diverse e di interfacciarsi con differenti professionisti. Ricordo le nottate a lavorare e a studiare: una preparazione al lavoro duro e alla fatica che non credo tutte le facoltà sappiano dare.

Oggi come ti definisci?
Sono una libera professionista che si divide fra il restauro e la progettazione, anche nell’arco della stessa giornata: la mattina in cantiere con gli attrezzi in mano e il pomeriggio in studio davanti al computer. Sono una persona curiosa e non riesco a stare ferma a lungo: non riuscirei a lavorare tutto il tempo chiusa in un ufficio, ma neanche a dedicarmi solamente al lavoro in cantiere, perché mi precluderei alcune delle opportunità che il lavoro da architetta invece mi offre. Inoltre il cantiere di restauro è molto duro fisicamente: si passa molto tempo in ambienti freddi, pieni di polvere e anche a contatto con sostanze a volte nocive.
Amo far convivere queste due attività e voglio portarle avanti entrambe perché mi regalano esperienze interessanti, anche molto diverse fra loro.
Da tanto vorrei realizzare un mio sito in cui mostrare ciò che faccio, ma non trovo mai il tempo per farlo! Questo è uno dei motivi per cui, circa un anno fa, ho deciso di aprire il mio profilo Instagram: proprio per presentarmi e per trasmettere la mia professione attraverso foto di cantiere, strumenti e polvere.

Qual è la tua esperienza nel mondo del restauro?
Seguo sia piccoli lavori per privati, sia commesse più “importanti” su edifici tutelati.
I lavori privati riesco a gestirli in autonomia. Sono molto impegnativi, soprattutto a livello di impiego di tempo, ma non so dire di no – anche solo per il gusto della sorpresa! – quando qualcuno mi chiama per verificare se sul soffitto di una sua proprietà ci siano decori nascosti sotto strati e strati di tinteggiatura. I restauri che mi danno più soddisfazione sono infatti quelli che prevedono il descialbo, cioè la rimozione di tutti gli strati sovrapposti che nel tempo hanno occultato le decorazioni originali. Sembra incredibile, ma è molto facile che negli edifici storici le superfici decorate siano state coperte da diverse mani di tinteggiatura. Per questo, una cosa che consiglio sempre ai clienti in procinto di una ristrutturazione in una certa tipologia di edifici è di effettuare qualche saggio prima di procedere con la tinteggiatura.
Per i lavori più impegnativi, in genere, mi appoggio ad un’impresa che, essendo inserita negli elenchi della Soprintendenza, mi dà la possibilità di lavorare anche su immobili sottoposti a vincolo. Ci tengo a dire che l’impresa con la quale ho scelto di lavorare è composta da socie donne e si avvale della collaborazione di sole restauratrici.

Questo perché sei sensibile alle tematiche di genere?
Sono convinta che sia importante che le donne imparino a sostenersi a vicenda: da qui viene la scelta dell’impresa al femminile.
Sia nell’ambito degli studi, sia in campo lavorativo, ho avuto esperienze non sempre positive con i professionisti uomini, ma anche con una certa categoria di donne che, per imporsi nel lavoro, si comporta come e peggio degli uomini. Non mi va però di parlare delle esperienze negative – che quelle, si sa, capitano – ma solo degli episodi positivi che ho vissuto finora nel mondo del lavoro.

C’è un cantiere al quale sei particolarmente legata?
Da alcuni anni seguo il restauro dell’interno di una chiesa: quando c’è disponibilità di fondi, vengo chiamata per eseguirne un lotto e così nel tempo mi ci sono affezionata.
Un altro lavoro particolare è quello che ho realizzato per una signora che, una volta eseguito il descialbo, non aveva il budget per finire il restauro della sua proprietà: le ho proposto di “fermare il tempo”, consolidando la pellicola pittorica e completando a carboncino il disegno di cornici e decori come fosse una fase preparatoria. L’idea è stata quella di lasciare tutto così, come se il giorno dopo avessimo dovuto iniziare il reintegro pittorico. Se poi un giorno avrà la possibilità di completare il lavoro potrà partire da quel punto, ma già così l’effetto ottenuto le fa comunque più compagnia di un muro tutto tinteggiato di bianco.

Che cosa porti del mondo del restauro nel tuo modo di fare progettazione?
Anche nei progetti di architettura, per me il primo pensiero è quello di indagare che cosa c’era prima in quell’edificio o in quell’appartamento, allo scopo di dare continuità a quello che c’è stato, alla storia: gli architetti spesso pensano che il loro lavoro sia quello di saper fare meglio di quello che c’era prima, ma io credo che non sia sempre necessario e che molto spesso sia il caso di mettere da parte il proprio ego e di occuparsi di valorizzare quello che già si trova.
Inoltre, occupandomi prevalentemente di restauri e ristrutturazioni, sulle superfici dei miei interventi promuovo l’utilizzo di materiali compatibili con quelli originali. Per esempio, su un edificio storico si utilizzeranno malte a base di calce, mentre su edifici già costruiti in cemento armato si ricorrerà all’uso di materiali a base cementizia. Per le tinteggiature, invece, consiglio sempre l’uso di tinte a base di calce e pigmenti naturali, una tecnica antichissima che oggi è utilizzata per gli interventi di restauro su beni sottoposti a tutela. A mio avviso, i vantaggi sono molteplici: non contengono elementi tossici, sono traspiranti e resistenti agli sbalzi termici e prevengono i fenomeni legati al degrado della pellicola pittorica causati dell’umidità perché il ph elevato rende la calce un biocida naturale, quindi resistente alle muffe!

Come è organizzato il tuo lavoro di architetta?
Anche da progettista lavoro sempre nel campo del recupero di edifici esistenti, sia da freelance e sia collaborando con altri professionisti o studi di architettura. Per citarne uno in particolare, ho un rapporto di collaborazione ormai collaudato con Studio Blu di Torino che si occupa in particolare di valorizzazione di beni culturali. Con loro mi capita di occuparmi di studi di fattibilità e di proposte progettuali preliminari sulla base dei budget che enti o associazioni hanno a disposizione per determinati siti: un bel lavoro che sto seguendo ora, per esempio, riguarda l’area archeologica di Alba Fucens, vicino a L’Aquila.

Hai lavorato in altri siti archeologici?
Ho avuto la possibilità di lavorare presso il sito archeologico UNESCO di Khor Rori Sumhuram in Oman. Questa esperienza è arrivata in un momento personale delicato e con la coincidenza di un lavoro che stava giungendo al termine. Leggendo fra le offerte di lavoro online, mi capitò di leggere un annuncio che sembrava cucito su di me: cercavano infatti un architetto con esperienza di restauro che fosse disposto a trasferirsi anche all’estero per un certo periodo. Ho inviato il mio curriculum – l’unico spedito in quella occasione, fra l’altro – e nel giro di due giorni mi arrivò una telefonata in cui mi si chiedeva di partire entro poche settimane. Ho trascorso quindi un periodo in Oman lavorando in questo sito spettacolare in riva al mare, con il compito di gestire una squadra di operai sul campo. È stata per me un’esperienza molto positiva, anche perché mi ha permesso di lavorare a contatto con altri architetti, ingegneri ed archeologi. Il mio gusto per la scoperta è stato anche appagato da vari episodi in cui, durante i lavori, mi è capitato di trovare dei reperti – prevalentemente vasi e monete – e di vedere così gli archeologi al lavoro.

Un consiglio a un o una collega che inizia adesso?
Io sono iscritta agli elenchi temporanei dei professionisti tecnici di alcuni comuni e consiglio di informarsi su questo perché può dare opportunità di lavoro. Ad esempio, è in questo modo che ho avuto l’incarico per la progettazione definitiva di un vecchio asilo da riconvertire in biblioteca.
Non avevo iniziato da molto a svolgere la libera professione, ma il fatto di non aver mai progettato una biblioteca non mi ha scoraggiata: sono riuscita a portare l’incarico fino in fondo studiando il tema e chiedendo consiglio ad uno studio che si occupa di questo. Poi sono entrata in contatto con un dottorando in biblioteconomia che mi ha aiutata a capire i criteri su cui è costruita e gestita una biblioteca.
Ecco, un altro consiglio è quello di non esitare a chiedere aiuto, anche a costo di sentirsi dire dei no, perché sono convinta che da soli non si vada da nessuna parte.

In futuro immagini che una delle due discipline – restauro o progettazione architettonica – prenderà il sopravvento?
Non ho una risposta perché sono curiosa di tutto e quindi non escludo neanche di iniziare a sperimentare qualcosa di completamente diverso, anche solo per provare un’altra esperienza e poi magari tornare a fare quello che conosco meglio. Quindi in futuro sono aperta anche a nuove possibilità: per fare un esempio, il cuore mi porterebbe a trasferirmi a Londra, e lì mi immagino a lavorare sulla progettazione del nuovo, più che a lavorare sul recupero del patrimonio esistente. Comunque è inutile arrovellarsi troppo: mio padre ripete sempre che, se la pennellata non ti viene al primo colpo, è inutile insistere perché si potrà solo peggiorare. Quindi meglio uscire per una passeggiata e fare un bel respiro: a quello che verrà poi, ci sarà tutto il tempo di pensarci dopo.

 


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