Anche gli architetti piangono

Archinoia - 6 febbraio 2016

Scappo dall’architettura: la vita, l’amore, l’handmade

Archinoia - 6 febbraio 2016

Tre architetti vanno dall’avvocato

Archinoia - 6 febbraio 2016

Tre architetti vanno dall’avvocato. No, non è l’inizio di una barzelletta: di come le Partite Iva si caghino sotto in certe situazioni e di come si scopra che c’è poco da fare, ma che – per alcuni – esista addirittura il sindacato dei lavoratori atipici.

Alcuni mesi fa sono stata a parlare con un avvocato del lavoro. Ero con due colleghe – per difendere la loro privacy le chiamerò Herzog & de Meuron – che condividevano la mia preoccupazione per la situazione che andava delineandosi nella società di ingegneria per cui lavoriamo.

L’ANTEFATTO
Fra i mesi di maggio e giugno 2015 la suddetta società ha dovuto lasciare a casa una dozzina di persone, fra dipendenti (pochi) e partite Iva (tante), pari a circa 1/4 delle persone impiegate: architetti, ingegneri, geometri. La mancanza di comunicazione dai Vertici sulla reale situazione della società nelle settimane successive a questo evento ha fatto sì che i survivor andassero avanti con il lavoro nella preoccupante attesa della successiva esecuzione di massa.
Non c’è molto da contestare all’azione in sé: le cose andavano male. Molto ci sarebbe da dire sui modi (si racconta di lettere fatte trovare al mattino sulla scrivania, senza nessun preavviso e senza una parola di accompagnamento) e molto c’è da riflettere su come il mercato del lavoro tratti i professionisti.
Dopo un paio di mesi da quel primo evento si è aggiunto un nuovo tassello: la segretaria della società viene licenziata dall’oggi al domani in un modo che definirei brutale. Il suo ruolo in quel momento viene ritenuto non necessario e alle 16:00 di un pomeriggio di fine settembre le viene detto che dal giorno successivo non deve più presentarsi al lavoro: “Ci sembra che in questo modo sia meglio anche per lei”.
A suo favore, il fatto di avere un contratto a tempo indeterminato (sudato dopo anni di agenzia interinale) e quindi la possibilità di accordarsi per alcune mensilità di liquidazione e per il pagamento cumulativo delle ferie mai fatte.
E’ innegabile che questo ci abbia portate a riflettere su come sarebbe stata diversa la nostra situazione – di noi #PartiteIva – se ci fossimo trovate nei suoi panni, cosa che in quel momento non sembrava del tutto improbabile.

“Ragazze, sono sincero. Non siete messe molto bene”. E qui torniamo alla scena in cui io, Herzog & de Meuron siamo sedute al tavolo con l’avvocato del lavoro.
“Siete qui per capire quali sono le carte che avreste in mano nel caso in cui arrivasse il vostro turno di essere lasciate a casa”. Tre teste annuiscono.
Ho già avuto modo di raccontare che lavoro con partita Iva per un unico committente: tutte le sfighe dei liberi professionisti sommate a tutte le sfighe dei dipendenti.

“L’unica soluzione sarebbe quella di dimostrare che di fatto per tutti questi anni siete state delle dipendenti e non delle libere professioniste, ma – ve lo dico – non sarà facile”.

“Il vostro contratto definisce ciascuna di voi come uno studio professionale esterno che lavora in propri locali e con propri strumenti”, dice l’avvocato guardando le nostre carte. Sì, abbiamo un contratto che stabilisce i rapporti tra le parti e che viene rinnovato con varie frequenze.
“Vero. Ma di fatto noi abbiamo computer e postazione fissa in sede o negli uffici dei vari cantieri e lì lavoriamo da 8 a N ore al giorno”, dice Herzog (o de Meuron, ora non ricordo). “Com’è dimostrabile questa condizione per poter godere degli stessi diritti di un dipendente in caso di rescissione del contratto?”.
“Per esempio potreste portare come prova un richiamo in forma scritta che avete ricevuto per un ritardo al lavoro o la vostra comunicazione di un’assenza per malattia – dimostrerebbero che avete un orario fisso e che ci si aspetta che vi presentiate ogni giorno in ufficio. Oppure ancora un richiamo, sempre scritto (va bene anche un’email), per un lavoro che non avete eseguito come vi è stato ordinato di fare – dimostrerebbe che non siete libere professioniste, ma che di fatto abbiate svolto finora un lavoro da dipendenti”. Dalle nostre facce si capisce che è improbabile che qualcosa di questo tipo sia nelle nostre mani.
“Se trovaste una serie di indizi del genere, si potrebbe pensare ad un processo, ma non è detto che lo vincereste. Il massimo a cui potreste puntare (escludendo il reinserimento perché poco sensato in questi casi) è il riconoscimento di un tot di mensilità di liquidazione proporzionale al numero di anni che avete lavorato per questa società. Se invece non avete prove, potreste comunque tentare di far scrivere una lettera di un certo tono da un avvocato e vedere come va, tanto – arrivati a quel punto – i rapporti si sarebbero già guastati”.
Insomma, la decisione spetta a noi: meglio lasciarsi in buoni rapporti oppure litigare per ottenere un piccolo paracadute per superare la situazione di emergenza?
Questo sta alle valutazioni di ognuna. Personalmente, avendo firmato questo contratto cosciente delle sue condizioni, non mi sentirei di intraprendere un’azione legale. Ma certo è che l’ho firmato perché non mi è mai stato proposto di lavorare diversamente, né qui né altrove, come alla gran parte degli architetti che non si siano dati alla vera libera professione.
Seguo Herzog & de Meuron verso l’uscita dello studio: “Tutti al giapponese?!”, invitiamo anche l’avvocato, che gentilmente rifiuta – ha ancora del lavoro da fare. Forse ha avuto del riserbo a farsi offrire la cena (dopo aver visto le cifre riportate sui nostri contratti), ma qualcosa ci dice che la sua situazione lavorativa non sia molto diversa dalla nostra.

Nuovi professionisti: mia faza mia raza? Sembrerebbe di sì, e del resto è di questi giorni la discussione sul Ddl, definito il Jobs Act del lavoro autonomo, che avrebbe dovuto rivolgersi ai circa 5 milioni di lavoratori autonomi italiani, ma che di fatto non ha del tutto convinto: è un primo passo, certo, ma non è ancora abbastanza.

Quello che mi resta di questo colloquio, a parte la conferma della mia non esaltante condizione di vita alla giornata, sono alcune sigle emerse dalla chiacchierata con l’avvocato che continuano a girarmi per la testa:
1) NiDIL, il sindacato per i lavoratori atipici – esiste! – che si rivolge anche a prestatori d’opera in regime di Partita IVA, ma a quanto sembra NON agli iscritti ad una cassa privata. Ma noi d’altronde abbiamo InArSind e FederArchitetti.
2) NASpI, ASDI e Dis-Coll, sussidi di disoccupazione per soggetti a vario titolo, fra i quali però NON rientriamo. Ci sarebbe il sussidio di Inarcassa, che però, ci dice il sito ufficiale, non può “essere connesso alla generale difficoltà lavorativa che colpisce la professione di Ingegnere ed Architetto”: cioè con La Crisi non vale.
Insomma, non ci considerano. Di noi architetti/partite Iva/iscritti ad Inarcassa dovrebbero evidentemente occuparsi il nostro Ordine Professionale e/o il nostro Ente Previdenziale privato e/o il CNAPPC, il Consiglio Nazionale degli Architetti. Lo fanno? Non lo fanno?

Io approfondirò. E tu che esperienza hai di avvocati del lavoro, sindacati e sussidi di disoccupazione?


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