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Archinoia - 4 aprile 2017

Progetti con ago e filo

Archinoia - 4 aprile 2017

Architette oggi, nuova generazione di umarell in gonnella domani

Archinoia - 4 aprile 2017

Un paio di settimane fa ho seguito via webinar la serata “Architetto o Architetta?” promossa dalla Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Milano e sul tema di questo incontro ho scritto il primo di quella che mi auguro sia una lunga serie di articoli per il portale architetti.com

Vi confesso che, a proposito di questo articolo, la mia mente aveva registrato  la richiesta di un “post di 2500 parole” invece di un “post di 2500 battute”, e avendo quindi scritto in un primo momento un articolo chilometrico – non necessario – lo riciclerò qui sul blog per la gioia mia e vostra. E’ il resoconto di quanto detto alla conferenza condito dalle mie capriole mentali. Ad accompagnarlo una foto di quand’ero una giovane umarell.

Cominciava così.

Lo diceva già Gae Aulenti, figura simbolo delle architette italiane del Novecento: “L’architettura è un mestiere da uomini, ma io faccio finta di niente”. E’ tuttora attuale questo pensiero?

Se ne è parlato il 16 marzo scorso alla Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Milano in un incontro dal titolo “Architetto o Architetta?”. La serata è stata proposta da ADA, Associazione Donne Architetto di Firenze, e ha colto anche la felice coincidenza dell’uscita del numero 562 di Abitare, interamente dedicato alle architette.
L’adesione alla serata è stata tale che si è deciso di dare la possibilità di partecipare anche via webinar: sulla scia dello sciopero generale dell’8 marzo, pare che finalmente le donne sentano l’esigenza di discutere del proprio ruolo nelle professioni ordinistiche.

Queste le relatrici presenti:
Valeria Bottelli, Presidente Ordine Architetti di Milano
Gisella Bassanini, Fulvia Fagotto e Cristina Bardelloni, ADA Associazione Donne Architetto
Diana De Marchi, Presidente Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune di Milano
Silvia Botti, Direttrice di Abitare
Paola Tavella, Giornalista e Scrittrice
Orsina Simona Pierini, Politecnico di Milano
Ludovica Di Falco, Architetta fondatrice dello studio Scape, presente nel numero di Abitare

Cristina Bardelloni e Fulvia Fagotto di ADA ci ricordano che, nella situazione di overbooking degli architetti in Italia, la presenza femminile è salita dal 32% del 1998 al 42% del 2015 e che entro qualche anno potrebbe verificarsi un “sorpasso rosa”.

Ma qual è il panorama all’interno del quale si muovono queste professioniste?
Ognuna sperimenta certamente scenari differenti, ma, in generale, pare che nel momento della formazione universitaria non venga rilevata nessuna differenza di genere, e, contrariamente a quanto siamo abituate a pensare, anche negli studi e nei cantieri la situazione si manterrebbe inalterata, con le architette che si trovavano a seguire la stessa gavetta di tutti, fino al momento di arrivare a provare – o meno – la propria competenza.
Questi i risultati di un’indagine di ricognizione della professione promossa all’inizio del suo mandato dalla presidente dell’Ordine degli Architetti di Milano, Valeria Bottelli.

E quindi quando cominciano i problemi per le architette? Certamente nel momento della formazione di una famiglia – negli ambienti di provincia più che nelle città – e ancora più certamente con l’arrivo di una crisi economica, che colpisce tutti, con un livellamento al ribasso, ma che non si può negare colpisca le donne con particolare accanimento.

Ecco le principali problematiche che le donne del mondo dell’architettura portano in evidenza:
  • Innanzitutto che i tempi della nostra professione e quelli della vita familiare, e soprattutto della maternità, siano difficilmente compatibili.
  • Di venire pagate di meno rispetto ai nostri colleghi uomini, a parità di mansioni.
  • Di avere difficoltà ad accedere a posizioni di potere.
  • Di essere discriminate, a volte anche dalle donne stesse, che siano committenti o superiori.
  • Di non essere rappresentate nelle giurie dei concorsi.
  • Di avere vissuto episodi di sessismo, sia piccoli, quotidiani, sia più gravi.
In questa sede però, su invito della Bottelli, si è scelto di non fermarsi ad un racconto vittimistico di difficoltà subite, ma di dare vita ad un dibattito costruttivo e propositivo. E si è parlato di pari opportunità, ma anche di potere.

“Ma lo vogliamo, il “potere”, oppure no?”.
Questa, in primo luogo, la domanda da porsi per Silvia Tavella, autrice dell’articolo “La scalata delle donne all’architettura” sul numero di Abitare di questo mese.
La risposta, per alcune, potrebbe anche essere un no: perché arrivare in cima porta un carico di responsabilità e la responsabilità è un peso; perché si hanno altre priorità; perché, paradossalmente, guadagnare “troppo” può spaventare.
E liberarsi del lavoro riproduttivo – vivere da single – favorisce davvero la carriera? Sembra che non sia più così vero. Inoltre la Tavella propone un punto di vista che lei stessa definisce impopolare: il fatto che la gestione della famiglia e l’attività di cura siano ancora nelle mani delle donne, è anche dovuto al fatto che sono le donne stesse a restarci ancorate e a non voler abbandonare quello che, in fondo, è esso stesso un ruolo di potere.
Certamente un ottimo spunto di riflessione.

Se invece la risposta alla domanda è sì, questo potere nel lavoro lo vogliamo, passiamo a chiederci che cosa siamo disposte a sacrificare per riuscire ad avere successo in un mondo tipicamente maschile come quello dell’architettura. Ludovica Di Falco, dello studio italo-francese Scape, ci porta l’esempio di Zaha Hadid – unica donna fra le archistar – che ha certamente immolato la sua vita, e quella dei suoi collaboratori, all’altare dell’architettura: è la Hadid il nostro modello? Vogliamo seguirne le orme?
Oppure, al contrario: siamo disposte a lasciare il nostro lavoro in studio nelle mani di qualcun altro per sei mesi o per un anno per fare un figlio o magari per fare il giro del mondo, avendone la possibilità?
Queste risposte ci danno una prima inquadratura dei nostri obiettivi e delle nostre priorità.

Quello che stupisce, da qualsiasi lato la si guardi, è che sembra che per le donne l’avere successo o meno nel lavoro debba necessariamente essere frutto di un fragile equilibrismo fra compromessi e rinunce.

Si è affrontata poi la questione della differenza salariale. Negli ultimi anni il reddito degli architetti è sceso del 31%, il che li porta in testa alla classifica in negativo dei guadagni dei professionisti tecnici (il reddito degli ingegneri è sceso del 23%, e quello dei geometri del 20%). Il reddito delle architette è calato dai 17.000 € all’anno del 1998 ai circa 12.300 € all’anno del 2015.
All’interno di questo bel quadro, gli uomini guadagnano comunque il 57% in più delle loro colleghe, e poco ci rincuora che nel 2000 la differenza ammontasse all’85%.

Come si spiega questa situazione?
Secondo le relatrici, quando il budget di una commessa è alto, difficilmente un committente si affida ad una donna: ma se il numero delle donne che accedono a ruoli decisionali continuerà ad essere basso, l’inversione di tendenza sui guadagni resterà un miraggio.
La differenza salariale fra architetti e architette è anche dovuta al fatto che spesso le professioniste che diventano madri, almeno in un primo momento,  scelgono – o si trovano costrette a scegliere – di ridurre anche drasticamente il numero delle proprie ore di lavoro, trovando i ritmi degli studi o della libera professione incompatibili con la gestione della famiglia, e quindi guadagnando di meno.
Non bisogna sottovalutare, inoltre, che spesso noi donne siamo le prime a svalutarci: dimostriamo una maggiore difficoltà a domandare il giusto compenso per il nostro lavoro e a sollecitare i pagamenti, e in quello che ritengo un delirio di perfezionismo, ci capita di sentirci inadeguate, di trovarci a pensare che avremmo potuto fare di più e meglio, e questo ci porta ad abbassare gli importi delle fatture, quasi per mettere a tacere la nostra coscienza. E qui mi metto assolutamente in lista.

Come possiamo contrastare questa tendenza?

Si può iniziare con l’affermare che ci siamo, noi, donne architette e professioniste. E che siamo Presidenti dell’Ordine degli Architetti di Milano, siamo Presidi della Facoltà di Architettura del Politecnico, Presidi della Facoltà di Design, siamo direttrici di Abitare.
Continueranno a scambiarci per la collaboratrice o la segreteria dello studio perché c’è chi ancora ha il pregiudizio che l’Architetto debba essere un uomo, ma comunque siamo lì, ed è con noi che dovranno interfacciarsi per risolvere quel tale problema tecnico o per prendere quella tal decisione.
È fondamentale essere convinte delle nostre qualità e predisposizioni. Inutile qui fare un discorso generalista, le donne sono diverse dagli uomini, o più che altro ogni persona è diversa dall’altra. Per dovere di inventario, durante la serata si è detto che le architette sono concrete, precise, analitiche, più studiose, multitasking – qualità fondamentale nel mercato del lavoro di oggi, che richiede sempre maggiore versatilità – più predisposte all’ascolto, il che le aiuta a conoscere meglio le esigenze del cliente e a capire meglio anche come affrontarlo.
Quanti sono i project manager uomini che si circondano di architette perché più responsabili nel loro lavoro? Perché non dovremmo esserlo anche quando lavoriamo per noi stesse?
In alcuni ambiti – il retail e l’interior design, per esempio – ci si fida di più di noi: approfittiamone, se è quello che vogliamo fare.
Ed è dalle donne che spesso arrivano le migliori proposte sull’abitare perché, puntando a migliorare la propria vita, migliorano la vita di tutti – ci ricorda Diana De Marchi, Consigliera per le pari opportunità e i diritti civili del Comune di Milano. Le donne spesso si impegnano in ambiti innovativi quali la sostenibilità sociale dei progetti.
Ma soprattutto è importante mettersi in gioco, fare rete, creare sinergie e collaborazioni, sostenere le donne, soprattutto le più giovani, diversificare le competenze, arrivando a definire meglio il nostro target per capire a chi possiamo essere utili con il nostro lavoro e provando a trasformare i problemi in opportunità.
Impariamo ad essere le prime a crederci, a convincerci della nostra preparazione e a comunicare al meglio il nostro lavoro, a renderlo pubblico per mostrare quello che facciamo.

Questi, in sintesi, i punti di vista delle relatrici di questa serata. Ho apprezzato che non siano mai scadute in una forma di femminismo cieco, sempre e ovunque.

Sostenere le donne non significa ritenersi migliori, pensare che tutto ci sia dovuto o affermare che se ad una donna non venga dato un lavoro sia sempre e solo una questione di discriminazione. Ogni architetta, come ogni architetto, deve dimostrare le proprie competenze.

Per concludere sul tema suggerito dal titolo dell’incontro, come dovremmo definirci: architetto o architetta?

Posto che Abitare ha sdoganato “architetta” sulle sue pagine, durante la serata le opinioni sono state differenti.
Valeria Bottelli si è rivolta alle professioniste presenti chiamandole architette.
Bardelloni e Fagotto di ADA hanno raccontato che sui social network dell’Associazione le donne affermino in maggioranza di ritenere “architetta” una definizione “orribile”, ma hanno anche dichiarato che se tornassero indietro probabilmente rivedrebbero al femminile il nome di ADA (ora al maschile, Associazione Donne Architetto – ndR). Orsina Simona Pierini del Politecnico di Milano ha ammesso di non amare la declinazione al femminile, mentre Diana De Marchi ne ha fatto una battaglia. Da una delle poche presenze maschili in sala è arrivato il suggerimento di riportare in uso la forma arcaica “architettrice”.
Insomma il tema del nome resta controverso.

Per quanto mi riguarda, ho adottato architetta e sono convinta di questa posizione. E la mia risposta è “Ok, ho capito il tuo punto di vista, ma…” a tutti coloro che pensano che il cambio di una vocale possa far poco nel raggiungimento della parità di genere: quella che si cerca di cambiare non è una vocale, ma la mentalità con la quale si guarda a certe professioni. E che sicuramente, se “architetta” non facesse rima con “tetta”, tutte avrebbero sposato la causa senza tante remore.
Invece a tutti quelli che ribattono che allora dovremmo accettare anche “geometro”, non mi resta che dire di aprire un vocabolario per capire la differenza fra un sostantivo neutro ed uno che ha declinazione maschile e femminile.
La “transizione” comunque non è facile, e sebbene io scriva architetta e lo dica senza più doverci pensare in un contesto generale, quando mi presento – per esempio al telefono – mi trovo ancora a dire “Sono l’architetto-Cognome” e capisco quanto sia difficile provare a cambiare la mentalità comune se non mi è ancora stato possibile cambiare del tutto la mia.

Detto questo, sono altre le battaglie che ci si trova quotidianamente ad affrontare, ma per me è fondamentale viverle con ironia. Ora per esempio mi chiedo perché non combattere la discriminazione che vuole gli umarell simpatici ma pignoli pensionati solo ed esclusivamente uomini? Sono fiduciosa che noi, 42% di architette di oggi, saremo una fantastica schiera di umarell in gonnella a supervisionare cantieri, un domani. Significherebbe in primo luogo che saremmo tutte in pensione.

Ma questa è un’altra storia.

La prima versione di questo articolo è stata pubblicata il 3 aprile 2017 su architetti.com.

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