Ispirazione

Archinoia - 5 ottobre 2015

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Intervista a Controprogetto

Archinoia - 5 ottobre 2015
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Per inaugurare i post della sezione di ispirazione o Architetti che fanno cose ho pensato di riciclare un’intervista dedicata a Controprogetto che ho scritto tempo fa per Uncòmag (e che è anche l’unica che ho scritto). D’altronde nella premessa di questa sezione del blog ho confessato il mio peccato d’accidia e non volevo smentirmi.


Controprogetto è un laboratorio che realizza pezzi unici, allestimenti e arredi su misura utilizzando materiali di recupero, creato da Valeria Cifarelli, Matteo Prudenziati, Davide Rampanelli e Alessia Zema. Ne ho parlato con Valeria, che è laureata in architettura, ma che ha capito da subito che il suo futuro professionale non sarebbe stato legato ad uno studio di progettazione di tipo convenzionale.

Valeria, parlaci di come ha avuto inizio Controprogetto.

Controprogetto è nato alla Stecca degli Artigiani, una fabbrica abbandonata nel quartiere Isola, a Milano (ADA Stecca o Stecca 3.0, n.d.r.). Per alcuni anni è stata occupata da varie associazioni, diventando un po’ incubatore di nuove attività e un po’ laboratorio creativo. In quel periodo studiavamo ancora ed eravamo alla ricerca di un percorso post universitario non convenzionale che ci consentisse di sperimentare e di mettere a frutto la nostra idea di opporci allo spreco delle risorse. Controprogetto è l’esito naturale della nostra volontà di perseguire la strada del riuso e del caso di trovarsi in un edificio pieno di materiali da recuperare, che è stato quasi un parco giochi per noi.
Siamo rimasti alla Stecca per cinque anni, fino a quando non è stata demolita nel 2007. Dopo un periodo di transizione abbiamo trovato la nostra nuova sede, siamo arrivati alla configurazione attuale del nostro gruppo e dal 2008 siamo una Società in nome collettivo.

Qual è la vostra formazione?

Abbiamo percorsi universitari differenti: architettura, disegno industriale e giurisprudenza. Davide ha avuto anche un’esperienza alla facoltà della Bauhaus di Weimar. Nessuno di noi è stato a bottega e per nessuno è la continuazione di una tradizione familiare. Sperimentando abbiamo imparato un mestiere e anno dopo anno abbiamo perfezionato la nostra tecnica.

Come trovate i materiali di recupero che utilizzate per i vostri arredi?

Nel tempo abbiamo creato una rete di contatti per il reperimento dei materiali. Spesso altri artigiani ci portano quelli che per loro sarebbero scarti da discarica: allestitori che hanno finito una fiera o falegnami che alla fine di un lavoro hanno accumulato avanzi di parquet o vecchi serramenti. Ci capita anche di essere contattati da privati per sgomberare cantine e sottotetti. Ci piacerebbe arrivare a creare una specie di filiera organizzata di smaltimento e riuso dei materiali fra artigiani e designer. In un certo senso quindi è il materiale a trovarci e a fare da stimolo per il progetto e non il contrario.

Qual è il valore aggiunto di un vostro elemento di arredo?

Il cliente che si rivolge a noi ha voglia di parlare, vuole conoscere la storia dell’oggetto che sta acquistando o desidera avere un pezzo unico fatto apposta per lui. Diciamo che un arredo comprato da noi ha sicuramente più calore e personalità di un oggetto standard. Inoltre anche la spontaneità del nostro percorso viene apprezzata.

Chi è il cliente tipo che si rivolge a Controprogetto?

Parlando di privati, il nostro target è piuttosto alto. Si tratta in generale di appassionati di design sensibili al tema del recupero. Vendiamo più che altro direttamente dal nostro laboratorio, ma anche tramite negozi che tengono in esposizione alcuni nostri pezzi e che spesso ci contattano perché i loro clienti vogliono degli arredi personalizzati nel nostro stile. Ci capita anche di collaborare con architetti che abbiano la necessità di realizzare dei pezzi particolari per i loro progetti di interni: in quel caso il lavoro diventa una contaminazione delle competenze di entrambi e porta a risultati interessanti. Per qualche motivo ancora non riusciamo a vendere come e-commerce, forse perché le storie dei nostri prodotti hanno bisogno di essere raccontate di persona.

Come vi siete fatti conoscere?

All’inizio unicamente grazie al passaparola. Da quando lavoriamo nella sede di via Tertulliano siamo anche in una posizione strategica per quanto riguarda il settore della moda, e quindi veniamo spesso chiamati per allestimenti di negozi o per eventi. Anche gli arredi che realizziamo per locali o ristoranti ci portano visibilità. Inoltre, pur non essendo bravi a farci pubblicità, ultimamente ci capita di essere pubblicati su varie riviste, con articoli su di noi oppure con shooting in cui sono presenti dei nostri arredi.

Parlaci del progetto “Pimp my furniture”.

È un progetto nato da motivazioni economiche: spesso un arredo interamente prodotto da noi costa troppo, quindi per realizzare un armadio o una cucina ci capita di partire da un mobile standard, per esempio di Ikea, e di modificarlo con il nostro stile nelle sue parti visibili, come le ante o i cassetti. In questo modo un mobile impersonale viene customizzato e diventa un pezzo unico. Può anche succedere che chi ha a casa un oggetto di cui si è stancato, invece di liberarsene, lo porti da noi per dargli nuova vita.

In cosa consiste un laboratorio di progettazione e costruzione partecipata?

Sono attività che perseguono la realizzazione di un progetto utile per la comunità a cui è destinato, che viene sviluppato e messo in pratica insieme agli stessi membri di queste comunità, che siano cooperative sociali o aziende, utilizzando materiali che spesso troviamo sul luogo. In questo modo abbiamo realizzato per esempio un parco giochi a Taranto, grazie ad un bando della regione Puglia, oppure la sede di The Hub, in via Paolo Sarpi a Milano.

Cos’è BRIChECO?

Dopo la demolizione della Stecca, le associazioni di artigiani che vi lavoravano hanno firmato con l’acquisitore dell’area un accordo per avere un nuovo spazio che le ospitasse. All’interno di questo spazio è stato creato un laboratorio di falegnameria in cui dei volontari si mettono a disposizione di chiunque abbia voglia di creare, utilizzando materiali e strumenti disponibili sul posto. Lo scopo è quello di promuovere la cultura del fare e del do it yourself: così è nato BRIChECO, che gestiamo insieme a Legambiente.

Da quanto tempo considerate Controprogetto il vostro lavoro?

Da quando abbiamo iniziato, dieci anni fa: per noi non è mai stato un hobby. Ci abbiamo sempre creduto e il fatto che nonostante questo periodo di crisi siamo sempre stati in crescita, ci conferma che siamo sulla strada giusta.


Questa intervista è stata pubblicata la prima volta il 29 novembre 2013 su Uncòmag, magazine online che propone interviste rivolte a chi ha saputo inventarsi un lavoro. Lo segnalo a tutti coloro che siano in cerca di ispirazione in questo senso.
Le foto che ritraggono i ragazzi di Controprogetto sono di Edoardo Delille.

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