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Archinoia - 24 Aprile 2019

No, non ho detto archi-gioia!

Archinoia - 25 Luglio 2019
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“Ciao Marta! Ho scoperto da poco il tuo blog e oltre ad essermi divertita, commossa, appassionata alla tua storia, mi ci sono riconosciuta, molto!”: così inizia la mail che mi ha scritto Teresa qualche tempo fa, mail che aveva per oggetto il titolo che oggi vedete in questo post e che mi ha fatta sorridere, e per questo – ma non solo – le ho proposto di raccontare la sua storia.
Teresa Ciambellini, come tanti architetti, ha avuto varie esperienze di lavoro diverse fra loro, alla ricerca della propria strada: oggi si occupa di ricostruzione post-sisma a L’Aquila, ma sta ancora valutando se sia questa la sua vera vocazione.
Anche a voi capita di mettervi continuamente in discussione?

 

Teresa, partiamo come sempre dall’inizio: da dove vieni e qual è la tua formazione?

Sono un’architetta toscana e adesso vivo e lavoro a L’Aquila, anche se tra la Toscana e l’Abruzzo ci sono stati mille altri posti. Ho studiato a Firenze e mi sono laureata tardi, a trent’anni. Ho iniziato a lavorare mentre studiavo e, non solo non mi pagavano, ma mi pareva pure naturale che non lo facessero. Ci sono state varie esperienze iniziali in studi medio-piccoli toscani, tutte abbastanza disastrose, per motivi diversi.
Per esempio, prima c’è stato un meraviglioso studio di architettura del paesaggio, esperienza tanto bella quanto non remunerata, poi c’è stato uno studio che si occupava di urbanistica ad Arezzo e questa volta ero pagata, ma l’ambiente per me risultava troppo rigido e convenzionale.
Insomma, fin da subito mi sono sentita inadeguata, a chiedermi quale potesse mai essere il mio posto all’interno di questa gigantesca professione.

Qual è stato l’evento che ha sbloccato questa situazione?

Il caso! Nei miei viaggi da pendolare fra San Giovanni Valdarno e Arezzo, in treno ho conosciuto una ragazza che stava programmando il suo trasferimento a Londra e così ho pensato di non aver niente da perdere e in poco tempo l’ho raggiunta, senza aver nessun piano prestabilito. Mi sono affidata ad un’agenzia interinale inglese – che lì funzionano bene anche per il settore dell’architettura – così quando sono arrivata avevo già una serie di colloqui da sostenere. Al secondo colloquio ho trovato lavoro, nonostante avessi del tutto sovrastimato il mio livello di inglese! I primi mesi sono stati difficili per questo motivo, ma poi nel tempo è andata meglio.

Com’è lavorare a Londra nel nostro settore?

Ho lavorato per una grossa società di ingegneria internazionale che a Londra ha un ufficio diviso in vari dipartimenti, fra cui quello di Urban Design. Ho iniziato facendo la disegnatrice e in un primo momento mi sono sentita un po’ snobbata, ma con l’andare dei mesi la situazione è migliorata. Credo di non essere mai riuscita a farmi apprezzare come avrei voluto, ma è stata un’esperienza che mi ha fatta crescere tantissimo perché ho potuto vedere come si lavora dove tutto funziona alla perfezione, quando ci sono ruoli ben definiti e dove chi lavora è considerato una risorsa importante.
A Londra non ho solo lavorato, ma sono anche ritornata a studiare per recuperare una parte di formazione che mi sembrava di non avere: ho seguito un master in Sustainable Development and International Planning e posso dire che l’esperienza universitaria sia stata la parte migliore del mio periodo inglese. Si tratta normalmente di un corso annuale, ma dato che studiavo e lavoravo contemporaneamente, mi è stato possibile organizzare il corso in due anni. Ho deciso poi di fare la mia tesi finale in Disaster Management e questo è stato il motivo che mi ha riportata in Italia, in Abruzzo.

Qual era l’argomento della tesi?

La tesi riguardava il progetto “borghi attivi”, incentrato sulla ricostruzione post-sisma, che prevedeva il coinvolgimento di piccole comunità nei processi decisionali: io mi sono dedicata alla comunità di Fontecchio, un micro paesino in provincia dell’Aquila, gravemente colpito dal terremoto del 2009. Grazie al contatto di un amico, ero riuscita a trovare un centro di educazione ambientale che si occupa di sviluppo locale a cui appoggiarmi per la mia ricerca. I soldi per mantenermi erano pochi, ma alla fine ho deciso lo stesso di restare. Forse a questa decisione ha contribuito anche il fatto che fossi stanca dello stress della vita londinese, ma se ci ripenso oggi forse è stata una scelta troppo impulsiva, un taglio netto, lasciandomi alle spalle un lavoro con un buono stipendio per andare incontro all’ignoto.
In ogni caso l’esperienza della tesi mi ha portata a lavorare poi in un grosso studio che si occupava proprio di ricostruzione post-sisma. Sei anni dopo, a seguito di una scissione di questo, due degli associati che stavano aprendo un nuovo studio più piccolo mi hanno chiesto di diventare loro socia e così da due anni sto vivendo questa esperienza.

In che cosa consiste oggi il tuo lavoro?

Lavorare nel campo dell’architettura in zona sismica ha una serie di regole e procedure aggiuntive rispetto a praticare questa professione in altre zone d’Italia. Qui c’è un Ufficio Speciale che si occupa di verificare la gravità dei danni strutturali degli edifici e di definire il contributo concedibile per la riparazione. Oltre alla pratica edilizia tradizionale, dobbiamo quindi presentare anche altra documentazione: per esempio una scheda parametrica tramite la quale si valuta una serie di dati, fra cui la localizzazione dell’area, le dimensioni dell’intervento, la tipologia di danno subito dall’edificio e soprattutto il massimo del contributo concedibile. Ovviamente l’istruttoria degli Enti è ancora più complessa e quindi le tempistiche di risposta notevolmente più lente che nel resto d’Italia. Nel nostro studio c’è una persona dedicata proprio a seguire la parte amministrativa dei progetti, visto che, ottenuti i finanziamenti, anche gli stati di avanzamento nel corso del cantiere devono essere approvati dall’amministrazione pubblica. C’è moltissima burocrazia, dal mio punto di vista fin troppo farraginosa.
Per contro c’è da dire che avere la possibilità di entrare in edifici ed aggregati storici o all’interno di centri storici minori è veramente interessante: i professionisti possono vedere da vicino problematiche che fino a quel momento avevano studiato solo sui libri e utilizzare nuove tecnologie per il consolidamento delle strutture che hanno reso questi centri un laboratorio attivo di ricerca.

Come ti trovi nel ruolo di socia di uno studio di architettura?

Per indole mi sento sempre inadeguata. I miei soci hanno dimostrato di avere fiducia nei miei confronti, ma da allora ho sempre l’impressione di vedere loro andare ad una velocità e me stessa ad un’altra. Per esempio, i lavori più importanti vengono sempre procurati da loro che, di certo, sono più inseriti di me nel territorio, e io mi dico che in un ambiente di provincia come il nostro avere maggiori conoscenze aiuta: ma poi mi viene il dubbio che il mio sia un comodo alibi che mi piace raccontarmi.
Può contare anche la differenza di età – io sono più giovane – e certamente anche il fatto che io non abbia mai inteso la professione come l’unica componente della mia vita e che non sia mai riuscita a prendermi troppo sul serio. Sono arrivata, dopo appena due anni da socia, a chiedermi se la scelta che ho fatto sia stata giusta e se davvero questa sia la professione che fa per me.
Io sono certa di avere una passione vera per l’architettura e per le arti in generale, ma negli uffici e negli studi mi sento per la maggior parte del tempo un’aliena: io cerco qualcosa di più, ho bisogno anche della possibilità di esprimermi. Invece la routine, le gerarchie, i giochi di forza mi provocano ansia e mi tengono a terra.

È questo il motivo per cui mi hai scritto?

Una sera di qualche mese fa, mentre cercavo chissà quali risposte dal web, ho scoperto il tuo blog e mi è parso di condividere con te molte sensazioni e frustrazioni. Mi è sembrato che anche tu non riuscissi a vederti solo in un cantiere o dietro una scrivania, e che anche tu credessi che le moltitudini che ci portiamo dentro vadano espresse, tramite qualsiasi forma d’arte. Ho capito però che tu avevi trovato le tue valvole di sfogo, fra le quali la scrittura. E allora ti ho scritto, perché non riesco ancora a rassegnarmi che questa sia una professione da fare in un unico modo e credo che ci sia spazio per qualcosa di più, anche se ancora questo “qualcosa” per me non ha raggiunto una forma chiara. Spero che queste parole frettolose e bislacche, possano arrivare a qualcuno che le condivida, per cominciare magari uno scambio utile non solo per me stessa.

Che cosa immagini per il tuo futuro?

Due anni fa pensavo che associarmi ad uno studio di architettura sarebbe stato il mio punto di arrivo, ma ora sento di avere anche altro da dare. Mi piacerebbe ritornare ad occuparmi di argomenti vicini a quelli seguiti nella tesi del mio master: mi sento portata per i processi di rigenerazione urbana e per la progettazione partecipata. Ma quello che mi interessa più di tutto è trovare il mio modo di fare questa professione e non adeguarmi a quella che sembra essere la modalità consolidata. E se il fatto di non essere più una ragazzina mi porta ad avere dubbi e paure che una volta non avrei avuto, la mia passione mi fa ancora credere che un altro modo di lavorare sia possibile.


 

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1 comment

  1. Molto bello! Soprattutto le riflessioni finali che mi hanno stranamente commosso. In bocca al lupo, teresa! Spero che continuado a sbatterci latesta tu riesca a trovare la strada giusta!

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