Un timbro per le architette

Archinoia - 29 giugno 2017

Dall’architettura all’insegnamento al wedding planning. A Londra

Archinoia - 29 giugno 2017

Architetta non vi piace? Ok, parliamone

Archinoia - 29 giugno 2017
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Hai letto il post che racconta di come si sia arrivati alla Delibera dell’Ordine degli Architetti di Bergamo che approva la possibilità di scelta del timbro con la dicitura al femminile architetta? Qui vorrei invece rispondere ai commenti negativi provenienti da colleghe che preferiscono continuare a definirsi architetto, al maschile (e che sono libere di farlo).
Se tu che stai leggendo sei fra coloro a cui “architetta” proprio non va giù, ti dico che ti posso capire, perché fino a poco tempo fa anche io avevo dei dubbi.


Silvia Vitali, Francesca Perani e Mariacristina Brembilla sono le tre colleghe che si sono fatte promotrici della richiesta presso il proprio Ordine professionale di poter avere un duplicato al femminile del timbro per le architette. Il successo della loro iniziativa ha scatenato sui social network un tripudio di commenti negativi, accanto ai molti “mi piace” di sostenitrici e sostenitori. Tale malcontento non arriva del tutto inaspettato – architetta può non suonare bene all’orecchio di molti – ma di certo non ci si aspettava che detrattori e detrattrici dessero libero sfogo ad un disprezzo anche personale nei loro confronti, sostenuto da motivazioni che non sempre si possono definire sensate.

Le principali critiche

Tralasciando qui i commenti del tipo “Non mi piace/Non si può sentire” – legittimi, ma un tantino poveri di argomentazioni – le ragioni principali di critica sono le seguenti.

1. “Ho studiato anni per essere riconosciuta come architetto, non voglio essere chiamata architetta perché fa rima con tetta e lo useranno per prendermi in giro”.

Ti ricordi quando all’inizio del post ho scritto che fino a poco tempo fa anche io ero refrattaria all’uso di architetta? Ok, questa era più o meno la mia posizione, ma ora le parole non mi fanno più paura e so di essere in grado di difendermi grazie al mio lavoro da chiunque non voglia prendermi sul serio. Le persone con cui mi confronto quotidianamente hanno da tempo superato gli anni delle scuole medie e voglio pensare che siano superiori a certe bassezze; se qualcuno provasse a fare il simpatico sarei certamente in grado di rispondere a tono o, in alcuni casi, di ignorare tanta stupidità.
Ho studiato architettura e sono una donna, questo fa di me un’architetta. Vuoi chiamarmi architetto? È stato quasi sempre così e sinceramente non credo che perderò tempo a correggerti, anche se so che dovrei. Non mi piace invece essere definita architetto-donna, perché non ho bisogno di una parola in più che definisca chi sono e cosa faccio.

2. “Architetta non si dice in italiano”.

Questa motivazione mi lascia sempre perplessa perché posso capire che architetta possa non suonare bene, ma non ho mai avuto dubbi sulla correttezza lessicale: chi sbandiera questa argomentazione si erge a difensore della lingua italiana, ma evidentemente non la conosce quanto crede. E non solo per le recenti discussioni sul linguaggio di genere nelle professioni, per la posizione della Crusca e di esperti ed esperte quali Cecilia Robustelli, ma anche semplicemente perché mi basta consultare l’arcaico vocabolario cartaceo che avevo da bambina, Il Nuovo Zingarelli Minore di Zanichelli stampato nel 1987 (quando Laura Boldrini – tirata sempre in causa in questi casi – era ancora una ragazza e non credo abbia potuto astutamente manometterlo a mia insaputa), per avere conferma della correttezza del termine e dell’uso del femminile in generale. Recita infatti alla voce architetto:

architétto o architètto s.m. (f. -a; v. nota d’uso FEMMINILE) [si legga architétto o architètto sostantivo maschile (femminile architetta; vedi nota d’uso FEMMINILE)]

Per i comici commentatori che aggiungono immancabilmente – pensando ogni volta di essere i primi a fare questa battuta – “Allora adesso useremo anche geometro”, è consigliato un ripasso dallo stesso vocabolario di come si forma il femminile dei nomi di genere comune, a differenza di quelli di genere mobile, qui definiti.

3. “Una vocale non cambia le cose, sono BEN ALTRE le battaglie da combattere”.

Certamente le battaglie da combattere per la parità di genere nella nostra professione sono tante, così come le battaglie che insieme ai nostri colleghi uomini dobbiamo sostenere quotidianamente in questi anni di crisi, ma ciò non toglie che ogni battaglia abbia il suo valore e quindi ricordiamoci del vecchio principio del “chi non ha peccato scagli la prima pietra” e chiediamoci che cosa facciamo noi, in prima persona, per dare il nostro contributo a portare avanti queste BEN ALTRE battaglie, prima di criticare l’impegno degli altri.
Le tre promotrici dell’iniziativa del timbro al femminile non sono nuove all’impegno per raggiungere la parità di genere nel nostro settore (vuoi saperne di più?), e per quanto mi riguarda, la mia crociata la porto avanti prendendomi la briga di scrivere questo blog, in cui cerco di far conoscere i problemi della nostra professione e i modi con i quali noi architetti cerchiamo di andare avanti.

4. “Dire architetta è sessista ed ottiene il risultato contrario di accentuare le differenze fra un professionista uomo e una professionista donna”.

Capisco che possa sorgere questo dubbio, ma dal mio punto di vista definirsi architette equivale ad un’autoaffermazione di se stesse e del proprio lavoro e alla richiesta di essere riconosciute e quindi prese in considerazione.
Attirare di più l’attenzione verso di noi non ci deve spaventare, ma ha lo scopo di ottenere quel riconoscimento che ora ci manca e di arrivare a quella parità a cui aspiriamo: qui non si vogliono sconti, ma un equo trattamento al quale non si può ambire restando nascoste e facendosi andare bene le cose così come stanno.

Metterci la faccia

Chi ci ha messo la faccia per sostenere la propria opinione?
In generale, io considero la diversità di opinioni un valore e penso che le discussioni civili e costruttive arricchiscano sempre gli interlocutori perché provare a comprendere le posizioni altrui non può far male. Non sempre è necessario essere d’accordo con le scelte degli altri, è più che sufficiente accettarle e rispettarle, fino a che non ledono la nostra libertà personale. Ricordiamoci però che ci sono delle regole.
Come ci ricorda Valentina Petruzzelli di Video Architettura Contemporanea, nel nostro Codice Deontologico all’art.19 si dice che “Il rapporto tra colleghi deve essere sempre improntato a correttezza e lealtà” e che “L’iscritto deve astenersi da apprezzamenti denigratori nei confronti di un collega”. A mio parere tanti commenti palesemente offensivi letti in particolare su Facebook non rispettano questo punto e il video di Valentina è chiarificatore in merito.
Anche Violetta Breda di Architempore ha spiegato il suo punto di vista in relazione a questa questione, cercando di sfatare le principali critiche di chi sostiene che architetta non debba essere usato, e si è presa la sua buona dose di pietre virtuali.
A favore dell’uso di architetta si sono espresse anche Arianna Marchente su Freeda, progetto editoriale al femminile, e Silvia Pasqualotto su AlleyOop, l’altra metà de Il Sole 24 Ore.
Contro l’uso di architetta finora mi è capitato di leggere soltanto i commenti già menzionati sui social network e l’articolo de Il Giornale che parla di “nuova follia politically correct”, riportando il tutto ad una questione politica di cui – per quanto ne so – nessuna delle protagoniste della vicenda si occupa.

Il dibattito internazionale

A parlare della professione al femminile è anche la stampa internazionale, per questioni di linguaggio di genere e non. Difficile capire la disputa italiana sull’uso di architetta per gli anglofoni, che usano il genere neutro con disinvoltura, o per i nostri cugini spagnoli, per i quali il termine arquitecta è perfettamente legittimo e in uso da sempre.

L’argomento dibattuto è anche e più genericamente rivolto alla promozione della professione al femminile, e di recente c’è chi si è espressa – in un certo senso – contro tale promozione.
E’ il caso di Dorte Mandrup, architetta danese che su Dezeen sostiene che “Dobbiamo smettere di promuovere le donne architetto con liste di merito e mostre apposite in modo che le donne possano essere considerate di più che cittadini di seconda classe”. Il suo punto di vista è interessante, ma personalmente credo che sia facile sostenerlo da un paese come la Danimarca che in merito a parità di genere vola a centinaia di metri da altre realtà professionali e sociali – quella italiana, per esempio – dove lavorare come architetta presenta difficoltà oggettive che non credo lei abbia dovuto affrontare.
La critica di Dorte Mandrup segue la pubblicazione della lista delle “50 donne di riferimento per architettura e design“, promossa sempre da Dezeen, nella quale lei stessa viene citata come role model femminile (e senza la quale io personalmente non avrei mai saputo chi è Dorte Mandrup).
In realtà quello che lei sostiene è che liste come questa, pubblicate una volta all’anno magari in occasione della giornata internazionale della donna, sono un contentino che non è sufficiente, e che riviste, musei e siti internet dovrebbero trovare un modo più corretto per menzionare le architette nei loro discorsi sull’architettura che si svolgono normalmente negli altri 364 giorni dell’anno, fino ad ottenere che architetti ed architette possano lavorare e competere sulla base degli stessi parametri.

Tutto giusto. E per arrivare a questo risultato abbiamo ancora molta strada da fare, strada di cui probabilmente non vedremo la fine nel corso di questa generazione: ma è l’impegno di questa generazione che potrà garantire alla prossima buone probabilità di farcela. E quindi ben venga che il lavoro delle donne sia promosso con ogni lecito mezzo possibile, anche con una lista che possa fornire alle nuove professioniste esempi di architette nei quali identificarsi e dai quali tranne fiducia ed ispirazione.


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5 comments

  1. Nützliches Tutorial – Danke! Auch wenn der Eintrag bereits etwas älter ist – zwei Verbesserungsvorschläge: 1) den PHP-Code am Schluss in einer Datei oder in einem Textfeld anbieten und 2) einen kleinen Fehler im Code verbessern: Wenn man obige Bildressourcen herunterlädt, trägt ein Bild den Namen &#rgs0;foto-was2e8zeichen.jp2”, im PHP-Code wird aber die Bezeichnung “natur.jpg” verwendet – der Aufruf der Bildressource ist so also nicht möglich. Nur ein kleiner Fehler, kann aber irritieren. Ansonsten sehr übersichtlich.

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