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Archinoia - 27 aprile 2016

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Fare l’architetto nella Bay Area: non chiamatela San Francisco!

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Dopo Gran Bretagna, Cina e Kuwait, passiamo a vedere come se la cava un architetto italiano sulla West Coast degli Stati Uniti: ne ho parlato con Donatella che ora vive nella Bay Area. Attenzione a non chiamarla genericamente San Francisco perché sembra ci siano rivalità pari quasi a quelle fra le città toscane!

Come mai hai scelto di trasferirti negli Stati Uniti?

Mio marito è americano, ci siamo conosciuti a Firenze dove lui studiava la nostra lingua, mentre io frequentavo architettura. La nostra prima scelta è stata quella di vivere in Italia, lui è innamorato del nostro paese: abbiamo passato un periodo a Monza, lavorando entrambi a Milano. Nel mio caso “lavorare” per modo di dire perché ho avuto esperienze non troppo positive, arrivando ad essere disposta a fare esperienza anche gratis, chiedendo un part-time per poter svolgere un lavoro retribuito la sera, ma sembrava impossibile.
Con la progettazione non è andata bene, così ho tentato un’esperienza nel settore immobiliare occupandomi di rilievi e condoni, ma anche in questo caso l’impressione è stata che fosse più importante l’apparenza piuttosto che la sostanza: meglio mostrare di essere presenti e a disposizione dalle 9 alle 6 che darsi realmente da fare. Allo stesso modo mio marito è rimasto deluso dall’etica del lavoro italiana, dalla mancanza di meritocrazia: lavorando in uno studio di avvocati di tradizione familiare ha capito presto che, non facendo parte della famiglia, non avrebbe fatto molta strada. Così la scelta è stata quella di trasferirci negli Stati Uniti, nell’Orange County.

Come è andata nel primo periodo?

Ho ottenuto la carta verde e trascorso i primi mesi a studiare inglese, dando nel frattempo lezioni di italiano per guadagnare qualcosa. Dopo circa sei mesi ho ottenuto il primo lavoro nel campo dell’edilizia. Ho lavorato nel settore telecomunicazioni di uno studio di architettura, occupandomi di progettare e realizzare dispositivi di mascheramento per antenne telefoniche (qui è obbligatorio): ero pagata molto più di quanto avessi mai immaginato in Italia e per lavorare molto meno. L’impressione è stata quella di aver avuto il posto anche proprio per il fatto di essere italiana: gli americani ci amano e hanno il mito della nostra cultura.

Quali sono le difficoltà che hai incontrato?

Ho dovuto ricominciare a studiare a causa delle differenze nella tipologia di costruzioni e nello stesso sistema di misurazione: i dettagli sono molto diversi, a partire dalle strutture in legno, fino agli interni, al modo in cui vengono realizzati i muri, a come sono concepite le cucine.
Un altro problema è quello del riconoscimento del titolo. Prima di trasferirmi, in Italia avevo superato l’esame di stato, ma qui la nostra abilitazione non è riconosciuta. Ottenerla è molto più difficile che in Italia: è necessario dimostrare di avere due anni di esperienza e poi superare una serie di otto esami. Ancora adesso io sono considerata una disegnatrice e non un architetto.

Come è proseguita la tua esperienza lavorativa?

Ho lavorato per circa due anni full time nel primo studio, poi ho avuto il mio primo figlio e ho continuato a lavorare lì come independent contractor, cioè come consulente esterna, una posizione abbastanza simile al lavoro con la nostra partita Iva, ma certamente più semplice a livello burocratico e di gestione e più conveniente sul piano economico. È andata avanti così fino al 2009 che è stato l’anno in cui la grande crisi dei mutui, che ha dato poi il via alla crisi mondiale, si è manifestata con più forza. È stato un momento davvero brutto in cui il lavoro era necessario inventarselo. In quell’occasione sono rimasta sorpresa da come il titolare dello studio per il quale lavoravo ne avesse fatto un punto di orgoglio nel non licenziare i propri dipendenti: tutti erano considerati importanti per la Società e ne sarebbe andato del suo stesso nome.

Come hai affrontato il periodo di crisi?

Ho cercato di approfondire la mia passione per la sostenibilità studiando per la certificazione LEED, che ormai qui è una specializzazione che hanno tutti. Mi sono arenata sul secondo e ultimo esame in quanto per superarlo è necessario fare un’esperienza pratica nel campo e in quel momento non era così semplice. Nel frattempo sono arrivati un secondo figlio e un secondo trasferimento: nel giro di tre settimane da quando è stato deciso ci siamo spostati nella Bay Area.
Mi sono trovata di nuovo alla ricerca di un lavoro. Ho cercato di proseguire sulla strada del LEED, facendo l’esperienza pratica obbligatoria online, e ottenendo così la certificazione. La pratica online però non è valutata alla pari di quella reale e per questo non sono riuscita a trovare un lavoro nel campo della sostenibilità.
In ogni caso, negli Stati Uniti è relativamente facile trovare un impiego e nel giro di pochi mesi lavoravo di nuovo.

Come è proseguita la tua carriera?

Il lavoro successivo, il primo nella Bay Area, è stato presso uno studio che si occupa di progettare stazioni dei vigili del fuoco, a tempo pieno e con una buona retribuzione, fino a che, a causa della perdita di una commessa, la mia collaborazione è diventata part-time. A questo punto, e dopo un’altra serie di colloqui, è iniziata la vita che sto facendo ora, fatta di tre lavori diversi contemporaneamente. Insieme a due soci ho fondato 3 Lights Design, che è uno studio “virtuale”, proprio nel senso che non abbiamo una sede: ognuno lavora da casa e una volta alla settimana ci troviamo a lavorare insieme in un coffee shop (qui è una pratica abbastanza frequente). Poi lavoro per due giorni la settimana presso lo studio di un architetto e un altro giorno ancora lavoro da casa per una interior designer che si occupa principalmente di ristoranti, e con la quale collaboro perché lei non utilizza il computer, quindi mi occupo del disegno CAD e della modellazione 3D, anche se lei non dimentica di coinvolgermi anche nelle fasi decisionali della progettazione. In generale, la parola d’ordine è massima flessibilità.

Quali sono le differenze che hai notato nel nostro campo rispetto all’Italia?

Negli Stati Uniti si lavora moltissimo e si fanno davvero poche vacanze. A differenza di quanto succede in Italia, tutte le esperienze di lavoro, tirocini compresi, sono retribuite.
C’è una grande differenziazione nelle competenze di architetto, designer ed interior designer. In Italia un architetto si occupa di tutto. Qui, per esempio, per progettare una casa non serve avere la licenza da architetto: se ne occupa il designer, anche della pratica comunale. E poi molto spesso è l’impresa che decide il dettaglio costruttivo, nel bene e nel male.
Ho notato che le cose cambiano molto da città a città: che cosa il Comune richiede che sia presentato, che cosa viene ammesso e che cosa no.

Cosa puoi dirci della vita negli Stati Uniti?

Amo molto lo stile di vita americano, ci leggo la cultura del rispetto e della correttezza. All’inizio vedevo tutti talmente carini e sorridenti che da un certo punto di vista ne ero infastidita perché mi sembravano falsi, ma ora è il contrario.
Integrarsi può non essere semplice, ma devo dire che quando si hanno dei figli è tutto più facile: la vita scolastica e il rapporto con le altre famiglie aiutano.
Ammetto di avere l’impressione che i rapporti di amicizia non siano solidi e profondi come quelli che ho in Italia: ci vedo più freddezza e meno spontaneità. Qui tutte le attività devono essere ben organizzate e persino un invito a cena sembra dover essere pianificato con largo anticipo.
Certo, negli Stati Uniti mi manca moltissimo respirare la storia e riempirmi gli occhi di bellezza: patrimonio culturale a parte, è proprio la mancanza di senso estetico nei vari aspetti del vivere quotidiano a farsi sentire. Le case, i mobili, i vestiti, anche quelli molto costosi, spesso mancano di buon gusto: le persone non sono educate alla bellezza, e quindi non se ne rendono conto tanto quanto noi. Tutto però è più pulito e ben tenuto, in contrasto con l’incuria spesso imperante in Italia, di cui mio marito si lamentava sempre: cogliere queste differenze è davvero interessante.
Un ultimo aspetto che per noi italiani è davvero difficile da digerire è quello dell’assicurazione sanitaria: personalmente ho il terrore di restare senza lavoro e di non potermi quindi permettere di andare dal medico. Credo che sarà impossibile abituarmici.

Cosa vedi nel tuo futuro?

Al momento la mia vita è qui, negli Stati Uniti. Non riuscirei ad immaginare di tornare in Italia perché credo che mi sarebbe impossibile lavorare come sto facendo ora. Dal punto di vista professionale, credo che sia il momento di decidere come andare avanti, se prendere la licenza da architetto, dato che mi pesa essere considerata solo una disegnatrice, se buttarmi definitivamente nel progetto con i miei due soci, lasciando gli altri impieghi. La domanda è sempre quella: ci sarà abbastanza lavoro per tentare? La crisi nel settore è stata forte fino allo scorso anno, e ancora si parla di una prossima bolla che starebbe per scoppiare. Al momento però c’è tantissimo lavoro, le case hanno prezzi alti e in tanti sembrano voler ristrutturare per cercare di vendere.
In futuro però il ritorno in Italia lo vedo possibile, mio marito ha la memoria corta e sembra non ricordare più i motivi per i quali siamo partiti! E del resto l’Italia non si dimentica di noi: giusto poco tempo fa abbiamo ricevuto da Monza una bolletta del 2004!


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