Intervista a Controprogetto

Archinoia - 6 ottobre 2015

Brainstorming per idee (poco) geniali

Archinoia - 6 ottobre 2015

Exhibition designer a Londra

Archinoia - 6 ottobre 2015
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Metti una exhibition designer a Londra! La prima intervista di questa serie rivolta agli architetti (e affini) che lavorano all’estero ha come protagonista la città che da sempre rappresenta un forte richiamo per gli italiani che vogliono fare il grande passo: Londra. Ne parliamo con Cristina, interior designer, laureata al Politecnico di Milano nel 2008. Attualmente si occupa di exhibition design.

 

Da quanto tempo vivi a Londra e come hai scelto la tua destinazione?

Ormai sono qui da cinque anni, preceduti da un periodo trascorso a Dublino. Quando ho deciso di trasferirmi, mi sembrava che Milano non avesse molto da offrirmi. Professionalmente ero insoddisfatta: mi dividevo fra la collaborazione con un piccolo studio di architettura ed altri lavori necessari per arrotondare, visto che il primo impiego non mi permetteva di mantenermi.
Come tanti altri, ho pensato che una buona conoscenza della lingua inglese potesse fare la differenza e così ho preso una pausa dalla professione e mi sono trasferita a Dublino, dove ho vissuto per sei mesi come ragazza alla pari. Alla fine di questo periodo avevo già il biglietto aereo per tornare a casa, ma dentro di me sentivo che questa esperienza non era ancora conclusa.
Dato che l’Irlanda è stato il primo paese a sprofondare nella crisi, la mia attenzione si è naturalmente rivolta alla vicina Londra. Ho mandato qualche curriculum quasi per gioco e dopo una decina di giorni avevo ottenuto due colloqui. Ho cambiato la destinazione del mio volo e ho potuto approfittare dell’appartamento londinese di un’amica che era in Italia per le vacanze: insomma mi è sembrato di essere al posto giusto nel momento giusto. Ho iniziato a pensare che quando si vuole raggiungere un obiettivo bisogna semplicemente provarci, anche se il risultato non è mai scontato.

Come hai trovato il primo lavoro a Londra?

Né tramite agenzie né tramite conoscenze, ma semplicemente facendo una ricerca su internet, selezionando studi che potessero interessarmi e inviando il mio curriculum. Da quei primi due colloqui ho ricevuto risposta in un giorno, in tre ho trovato casa e dopo cinque iniziavo il mio primo lavoro londinese, un tirocinio retribuito che qui si chiama internship ed è il primo step per chiunque non abbia esperienza. La differenza rispetto ai tirocini italiani è che può essere proposto una sola volta e che viene sempre pagato: nel mio caso si trattava di circa £ 500,00 al mese oltre al rimborso spese.

Qual è stato lo scoglio più difficile che hai incontrato?

Credo di essere stata fortunata, perché si dice che la cosa più difficile sia proprio trovare il primo lavoro qui in città. Una volta avuta una prima esperienza lavorativa a Londra, cambiare lavoro è più semplice che in Italia perché è una città molto dinamica e l’ambito lavorativo è predisposto ad una certa flessibilità. Penso che nel mio caso ci sia stata un po’ di fortuna, ma anche che abbiano avuto il giusto peso alcune mie esperienze precedenti: la partecipazione all’allestimento della mostra “Le città visibili” alla Triennale di Milano, dedicata a RPBW Renzo Piano Building Workshop, da cui poi è nata anche la mia tesi sul tema delle installazioni temporanee itineranti. Grazie ai miei meriti universitari e a questa esperienza, ho poi vinto una borsa di studio per un internship internazionale presso lo studio Miralles Tagliabue EMBT di Barcellona, dove sono rimasta per sei mesi. In Italia non avevo trovato modo di valorizzare queste esperienze, invece qui hanno fatto la differenza.

Ci spieghi come funziona il passaggio Italia/Gran Bretagna dal punto di vista burocratico?

Quando ho lasciato l’Italia non ho avuto il problema di chiudere la partita Iva perché la collaborazione con lo studio di architettura in sei mesi non mi aveva portata oltre la soglia massima della ritenuta d’acconto, per intenderci.
Una volta a Londra ho stabilito qui la mia residenza. Mi sono registrata all’A.I.R.E., Anagrafe Italiani Residenti all’Estero, cosa da fare entro i 90 giorni dal trasferimento della residenza.
Per lavorare nel Regno Unito è necessario avere un National Insurance Number che si ottiene facilmente online.
Ora, quindi, pago le tasse nel Regno Unito: mi vengono calcolate direttamente nella busta paga, e ammetto di non sapere esattamente a che percentuale ammontino (o forse voglio ignorarlo)!

Qual è stata la tua esperienza in termini di rapporti di lavoro e contratti?

Dopo l’internship, c’è la possibilità di lavorare come freelancer oppure di ottenere un contratto. I freelancer lavorano per più di un cliente e hanno meno garanzie, ma sono giustamente più pagati. Nel mio attuale impiego ho un contratto di lavoro, che per il primo anno è stato a tempo determinato e poi è automaticamente diventato a tempo indeterminato: qui è la prassi, anche se ha un significato un po’ diverso rispetto a quello che convenzionalmente gli diamo in Italia. Per esempio, se la tua posizione lavorativa risulta “redundant“, il datore di lavoro non deve giustificarsi se ti lascia a casa, anche se hai un contratto a tempo indeterminato. Anche in questo caso comunque sono previsti diritti e garanzie per il lavoratore. Un’altra pratica particolare è il “gardening leave“: se lasci il lavoro, per tua iniziativa o meno, e sai già che il tuo successivo impiego sarà per un competitor, durante il mese di preavviso a volte ti viene richiesto di restare a casa.

Cosa prevede il tuo attuale contratto?

Il mio è un contratto base, ora a tempo indeterminato. Sono previsti venti giorni di vacanza annuali più otto giorni di festività. In alcuni studi di architettura i contratti prevedono dei benefit come l’assistenza sanitaria privata, in alcuni casi estesa anche ai figli, e poi per esempio l’utilizzo di un’automobile aziendale o l’abbonamento in palestra. Nei prossimi anni diverrà obbligatorio anche per gli studi una sorta di TFR, ed è un bene perché la pensione pubblica pare sia abbastanza scarsa.

Quante e quali esperienze lavorative hai avuto a Londra?

Il primo lavoro, iniziato con l’internship, è stato presso lo StudioIlse, la cui titolare Ilse Crawford è la fondatrice di Elle Decoration UK e del dipartimento “Man and Wellbeing” alla Design Academy di Eindhoven. La collaborazione è durata un anno. Quando ho deciso di cambiare mi sono affidata ad annunci e candidature spontanee. Mi è capitato di mandare il curriculum in uno studio che in quel momento non ricercava la mia figura, ma la loro responsabile mi ha risposto suggerendomi altri possibili studi interessati: sono rimasta stupita in alcuni casi dalla gentilezza degli sconosciuti. Grazie a questi suggerimenti ho trovato il secondo lavoro, presso Metaphor Ltd, dove sono rimasta per due anni, e infine ora collaboro con lo studio Casson Mann Ltd da circa due anni e mezzo, occupandomi sempre di allestimenti e progettazione museale. Al momento per esempio sto seguendo la progettazione della nuova Central Hall al Natural History Museum e di quattro nuove gallerie espositive presso il National Maritime Museum, entrambi a Londra.

Com’è vivere a Londra? La consiglieresti ancora come meta a chi fa il nostro lavoro?

Londra è una città entusiasmante, che regala molte opportunità, ma è certamente una città estremamente difficile, con dinamiche complesse. E’ difficile stabilire delle relazioni con le persone, e a volte si rischia di soffrire di solitudine. Anche il fatto di essere un’immigrata è un’arma a doppio taglio, per certi aspetti essere italiana è un vantaggio, il lato cool dell’italianità viene ancora apprezzato, ma per altri assolutamente no: sei pur sempre un’immigrata.
Londra ha rappresentato il paese dei balocchi fino a 10-15 anni fa, anche nel nostro settore. Oggi lo è certamente meno: il mercato è saturo, anche se il fatto che ci sia un ricambio continuo, garantisce ancora la possibilità di trovare lavoro.

Cosa vedi nel tuo futuro: pensi di tornare in Italia?

La qualità della vita che c’è in Italia di certo qui non l’ho trovata. Lo standard delle abitazioni, per esempio: l’appartamento che ho scovato in tre giorni quando sono arrivata a Londra era un vero tugurio, ma mi sono saputa adattare.
Devo dire che ora avverto la voglia di vivere in una città più umana, e persino Milano lo sembra al confronto! In un certo senso, la posso definire la voglia del vicino che si fa gli affari tuoi. Sto considerando l’ipotesi di trasferirmi in un’altra città europea, Amsterdam o Berlino. Mi piacerebbe molto anche Barcellona, ma non credo sia facile trovarvi lavoro ora.
Di certo però ti rispondo di no: non è ancora il momento di tornare in Italia.


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