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Finora abbiamo parlato della vecchia Londra e di Guangzhou, in Cina, ma hai mai considerato il Medio Oriente come meta della tua fuga lavorativa dall’Italia? Ne ho parlato con Francesco, che vive e lavora in Kuwait da quasi due anni.

Raccontaci come sei finito a lavorare in Kuwait.

Vivo a Kuwait City dal settembre del 2014. Il Kuwait è praticamente tutto concentrato qui, dove si svolge circa il 90% del lavoro, oltre c’è solo deserto.
La società per cui lavoravo in Italia, un’azienda che si occupa di fotovoltaico e solare termico, non mi aveva rinnovato il contratto a causa di una forte crisi del settore che ha portato ad una drastica riduzione del personale. Mi sono trovato senza lavoro per alcuni mesi, ho mandato molti curriculum, ma senza fortuna. Poi mi è capitato il colloquio con questa società italiana che stava aprendo una sede a Kuwait City e nel giro di una settimana sono partito, quasi senza sapere che tipo di lavoro avrei fatto né quanto mi avrebbero pagato: semplicemente, desideravo partire.

E che tipo di lavoro si è rivelato?

L’ufficio kuwaitiano di questa azienda non lavora nelle costruzioni, anche perché qui si predilige far lavorare le imprese locali, ma si occupa di finiture, in qualità di rappresentante con esclusiva di circa trenta aziende italiane che producono pavimentazioni ceramiche, marmi, legno, moquette, erba sintetica ed arredi per interni ed esterni. Qui il Made in Italy è sempre molto ricercato ed apprezzato, in particolare per la fascia medio-alta delle realizzazioni. Ci occupiamo di tutto, dalla progettazione al cantiere, per progetti che riguardano residenze private, retail, uffici, palestre, spa, ristoranti, edifici universitari. L’ufficio è ancora piuttosto piccolo: c’è un general manager che segue i rapporti con i clienti e i preventivi, poi c’è il designer che è libanese, una collega che segue le offerte e le spedizioni, un commerciale per la parte amministrativa e per le fatturazioni ed infine io che mi occupo della parte tecnica da un punto di vista operativo, dai disegni, ai rilievi, alla supervisione dei cantieri. Lavoriamo dalla domenica al venerdì mattina con giornate piuttosto intense come in Italia, a differenza dei kuwaitiani che prendono il lavoro con molta più tranquillità: per loro è come se io facessi un doppio turno ogni giorno.

Come si vive in un’area geografica che dall’Italia appare così problematica?

Kuwait City è una città sicura: non si sente la paura di attentati e terrorismo per motivi forse troppo difficili da capire e giudicare.
Né a me né alle amiche italiane che vivono qui è mai successo di sentirsi insicuri o di avere paura, nemmeno di sera. Per le donne le cose stanno cambiando, anche sul piano lavorativo. Finora solo in un caso la collega che si occupa dell’area commerciale si è trovata discriminata in quanto donna, con un cliente che non la guardava nemmeno in faccia durante una riunione [In Italia magari non viene manifestato così apertamente, ma a volte si ha proprio la stessa impressione – NdR].
Noi italiani in generale qui siamo accolti benissimo, nutrono per noi rispetto ed ammirazione per la nostra cultura, dal design al cibo. I miei amici kuwaitiani mi presentano alle loro conoscenze con orgoglio e mi è addirittura capitato che persone appena incontrate volessero fare una foto con me, quasi fossi una celebrità.

Cosa puoi dirci delle differenze culturali?

I kuwaitiani sono persone molto ospitali, anche se sembrano non sorridere mai. Se gli vai a genio si rivelano delle persone fantastiche, ma possono sembrare anche arroganti e viziati, probabilmente perché sono molto ricchi e considerano normali le differenze di classe. Sono imprenditori nati e fanno solo lavori di un certo livello: sono avvocati, ingegneri, lavorano nel settore del petrolio o nei ministeri. I lavori considerati più umili li svolgono gli stranieri: gli operai, per esempio, sono quasi sempre pakistani, indiani o egiziani, i filippini sono camerieri, autisti o baristi, i beduini fanno spesso i tassisti, i libanesi sono abili commercianti. Non vedrai mai un kuwaitiano svolgere una di queste mansioni. In altri paesi della penisola araba le cose vanno diversamente: per esempio in Oman o in Barhein c’è un mix sociale più eterogeneo.
Sto imparando anche a capire le differenze fra musulmani Sciiti e Sunniti, fra Beduini (i nomadi arabi) e Bedoon (i senza nazionalità), e a distinguere fra l’indole più gentile degli abitanti degli Emirati, dell’Oman e del Barhein, da quella più altezzosa di chi viene da South Arabia, Qatar e Kuwait.
Sto anche familiarizzando con il vero significato di frasi il cui suono fa paura a noi occidentali: Allāhu Akbar, per esempio, qui viene inteso come formula pacifica di fede e senso di appartenenza che va al di là di razza e colore, e viene ripetuto con una sola voce non solo durante le cinque preghiere quotidiane, ma in ogni occasione memorabile, quando si è felici, quando si vede qualcosa di bello, ma anche quando si è spaventati o ci si sente deboli e soli, perché è una frase attraverso la quale i musulmani si capiscono e si relazionano.

E quali sono invece le differenze in campo lavorativo che hai notato rispetto all’Italia?

La principale è che nessuna azienda straniera qui può operare senza avere un partner kuwaitiano, che può poi rivelarsi una presenza più o meno attiva nel lavoro. Anche noi ne abbiamo uno: è la regola. Agli sponsor locali va garantita una percentuale sui guadagni. A noi italiani può sembrare strano, ma qui le commissioni sono la normalità.
Nel lavoro in cantiere mi promuovono sul campo: io sono geometra, ma loro mi chiamano sempre architetto o ingegnere. All’inizio cercavo di spiegare la differenza che abbiamo in Italia fra queste figure, ma poi ho lasciato perdere.
È assolutamente necessario prestare grande attenzione alla realizzazione delle opere, perché manca assolutamente quella cura del dettaglio alla quale siamo abituati in Italia.
È anche complicato capirsi, a volte, e non solo per la lingua, ma perché alcuni responsabili delle imprese con cui lavoriamo hanno difficoltà nella lettura dei disegni e mi è capitato anche di dover spiegare la differenza fra due campioni, uno di parquet e uno di gres ad imitazione legno.

Come hai affrontato il trasferimento dal punto di vista burocratico?

Qui la burocrazia è particolarmente lenta e macchinosa. Per ottenere la residenza ho avuto a che fare con mille regole e con un sacco di carte. Per vedersela riconosciuta è inoltre necessario avere un contratto di lavoro firmato da uno sponsor kuwaitiano. Ho persino dovuto presentare esiti di lastre ed esami del sangue: a quanto pare le persone malate non vengono accettate.

Come te la cavi con la lingua?

Quando sono partito il mio inglese non era granché, ma mi ci è voluto poco tempo per adeguarmi. Ora vorrei davvero imparare l’arabo. Non sto ancora facendo un corso, ma grazie ai molti amici locali che frequento sto iniziando a formarmi un po’ di vocabolario e ad imparare le frasi più semplici. Quando parlo arabo in cantiere, vedo che gli operai sono molto soddisfatti di sentire uno straniero, e italiano per di più, parlare la loro lingua.

Cosa fai nel tempo libero?

Qui ci sono certamente meno svaghi che in Italia: al massimo a mezzanotte tutti i coffee shop chiudono ed è sempre proibita la vendita di alcolici. Cerco di conoscere kuwaitiani perché mi interessa integrarmi con il loro modo di vivere. Mi è capitato di partecipare ad eventi pubblici o di essere invitato da amici locali nei loro chalet al mare o in camp in mezzo al deserto. Devo dire che l’esperienza in cui mi sono sentito meno a mio agio l’ho avuta ad una festa all’ambasciata italiana. Ho trascorso alcuni weekend liberi ad Abu Dhabi e a Dubai: sono solo poche ore di volo e lì certamente è facile trovare il modo di divertirsi.

Consiglieresti a chi lavora nel nostro campo di venire a lavorare in Kuwait?

Lo consiglio certamente, ma solo a chi ha un grande spirito di adattamento e sente di avere la sensibilità per rispettare una cultura molto diversa dalla nostra.
Al momento qui il mercato del lavoro nell’edilizia è molto più vivace che in Italia, si costruisce molto, e potrebbe continuare in questo modo per altri vent’anni.
Gli stranieri sono circa la metà della popolazione, ma dall’Europa ancora non molti, e principalmente inglesi e rumeni, per l’impressione che ne ho avuto finora. Noi italiani siamo ancora relativamente pochi.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Non faccio mai dei piani, ma so che voglio restare qui più a lungo di quanto inizialmente previsto. C’è stato un momento in cui ho pensato di trasferirmi a Dubai, ma ora ho cambiato idea: non credo vada bene per il lavoro, almeno per me, ci sono troppi europei e troppe distrazioni. Sono entusiasta di vivere a Kuwait City. Quando torno in Italia per le vacanze e per vedere la mia famiglia, mi accorgo di essere cambiato e di vivere le cose diversamente. La vita di provincia, le abitudini consolidate, il bar con gli amici, mi vanno bene per qualche giorno, ma poi sento l’esigenza di tornare qui: forse mi manca il panorama del mio ufficio al ventunesimo piano, tempeste di sabbia comprese!

A chiudere la nostra chiacchierata via whatsapp, il richiamo del muezzin dalla vicina moschea ci ricorda che si è fatta una certa ora e che è il momento di mettere giù.


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