Tre architetti vanno dall’avvocato

Archinoia - 17 febbraio 2016

E tu hai ancora fame di architettura?

Archinoia - 17 febbraio 2016

Scappo dall’architettura: la vita, l’amore, l’handmade

Archinoia - 17 febbraio 2016
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Non vedevo l’ora di iniziare a scrivere di Architetti Che Fanno Cose, attingendo (anche) da quell’inesauribile serbatoio di storie che è la community di Etsy Italia Team (ora HI! Handmade Italia). Nel breve periodo in cui mi sono occupata della moderazione del forum, sono rimasta particolarmente colpita dal fatto che tanti dei nuovi crafter che provano la vendita tramite e-commerce siano architetti, spesso in fuga dall’archinoia, proprio come me. Da qui l’idea di saperne di più sul loro background, per scoprire quanto c’è di comune nelle nostre esperienze. Si parte con Anna, architetto paesaggista, e il suo Nigutindor, brand che propone ceramica decorata a mano e gioielli in argilla.

Se hai una storia interessante da raccontare, contattami.


Ho incontrato per la prima volta Anna e il suo entusiasmo durante l’organizzazione del Craft Camp 2013, evento di incontro fra i membri della community di Etsy Italia Team e finanziato tramite un’esperienza di crowdfunding andata a buon fine, di cui prima o poi scriverò. Quando ho scoperto che anche Anna è un architetto è scattato per me un inevitabile cameratismo, così che quando ho deciso di iniziare questi incontri ho pensato a lei. Sulle prime mi ha scritto: “Ma io ho chiuso la partita Iva da architetto lo scorso dicembre. Vale lo stesso?“. Vale, vale, anzi, vale di più.

“Quale è stato il percorso che ti ha portata a chiudere la partita Iva?”.
Sono un architetto paesaggista e ho lavorato per cinque anni in uno degli studi italiani più importanti di questo settore. Nei primi tempi ho seguito progetti molto interessanti, per esempio le opere a verde attorno al tracciato ferroviario dell’alta velocità nel Comune di Modena, finché, per una lite fra i soci, mi sono trovata mio malgrado in una grottesca situazione in cui, per paranoia, a noi collaboratori sono state tolte le chiavi dello studio e l’accesso ad una parte dei dati, e siamo finiti a lavorare senza riscaldamento e senza essere pagati per mesi interi. Sono seguite esperienze in altri studi, concluse per vari motivi.
Parallelamente mi sono sempre occupata di architettura partecipata, lavorando con associazioni ed amministrazioni comunali a progetti di spazi pubblici, come parchi gioco e tragitti casa-scuola, con l’obiettivo di coinvolgere tutti gli attori partecipanti, cittadini, famiglie e ragazzi, nella scoperta del territorio in cui vivono, con i suoi problemi e le sue risorse, e nell’ideazione di nuovi modi per abitarlo, divulgando la cultura della partecipazione nella ricerca di una qualità urbana diffusa e sostenibile. E’ un’attività a cui ho sempre tenuto molto perché arriva direttamente dalla mia tesi di laurea.

“Quindi hai tentato anche la libera professione”.
Sì, e nel 2010 ho aperto una Srl con due soci, la Ludicando. Si occupa di parchi giochi per bambini e arredo urbano, sia a livello di progettazione sia da rivenditrice di prodotti di aziende italiane e straniere. L’inizio dell’attività è andato piuttosto bene, ma poi i Comuni ai quali ci proponevamo si sono trovati ad avere meno risorse disponibili ed è stato più difficile lavorare. Inoltre io mi occupavo prevalentemente della parte amministrativa e di gestione e, alla lunga, il lato creativo del lavoro mi mancava, così nel 2013 ho lasciato, anche se la società esiste tuttora.

Ho sempre seguito dei progetti da libera professionista e la principale difficoltà che ho riscontrato è stata quella di farmi pagare per il mio lavoro. Il recupero crediti non è il mio forte. Non mi piace trovarmi a dover insistere, a rincorrere i clienti, a fare la voce grossa, non sopporto di essere trattata male al telefono, non ho la risposta pronta: insomma, non fa per me.

N.d.R. – E a chi piace? E’ completamente assurdo trovarsi nella situazione di dover insistere per farci pagare quanto ci spetta per un lavoro che abbiamo oltretutto già fatto. Fatto e fatturato, quindi su cui abbiamo magari anche già pagato le tasse. Prova a farlo con un medico o con un notaio. Prova a raccontarlo ad un dipendente: ti guarderà come se fossi un ALIENO.

All’ennesimo cliente che rifiutava di pagarmi una fattura da 1.200,00 €, mi sono rivolta ad un avvocato e, grazie ad una mail in cui il cliente manifestava l’intenzione di pagarmi, ho vinto la causa, anche se i soldi non li ho ancora recuperati, e sono due anni che li aspetto. E’ stata l’ultima volta. Era già da un pò che ci pensavo: a dicembre 2015 ho chiuso la partita Iva e restituito il tesserino all’Ordine.

“Questa decisione ha rappresentato per te una rinuncia, un fallimento?”. Faccio questa domanda ad Anna perché è quella che vorrei fare a me stessa. Ma Anna mi sembra del tutto serena con le sue scelte di vita.
No, perché il passaggio è avvenuto gradualmente, con il sostegno di chi mi è vicino, e anche a seguito di alcune vicende personali, per esempio il trasferimento in Brianza. Era un ambiente nuovo, più piccolo e più chiuso di quello milanese da cui venivo, ed ho incontrato molta difficoltà nel farmi conoscere ed apprezzare a livello professionale. Ad un certo punto un imprenditore edile di Bergamo mi ha proposto di diventare l’architetto di riferimento per la sua impresa, ma con regole e orari da impiegata, e senza nessun contratto. Sono durata tre giorni. Era ora di cambiare.

“Come è avvenuto questo cambiamento?”.
Il mio punto di svolta è stato un corso di sblocco creativo che ho frequentato a Milano. Ho ricominciato a lavorare su creatività e manualità, che mi hanno sempre accompagnata perché sono doti di famiglia, ma alle quali non avevo mai pensato come sbocco lavorativo. Ho capito di potercela fare da sola, come tanti altri “Laureati Artigiani” che ho imparato a conoscere. Così è nato Nigutindor: ora dipingo su oggetti d’uso quotidiano in ceramica e realizzo bijoux e piccoli accessori in argilla. Vendo di persona, nei mercatini, e nei miei negozi online su piattaforme e-commerce (Etsy, A little Market, DaWanda). La vendita online è un lavoro complicato, che per ora non sta dando grandi frutti, ma nel quale mi sto applicando cercando di investire sulla formazione per apprendere nuove competenze, dal personal branding, alla SEO, al digital marketing, alla fotografia: non è facile. I mercatini sono un altro mondo, bisogna scegliere quelli giusti, altrimenti non si vende. Mi ci sono dedicata con impegno e da quando sono approdata all’East Market le cose sono cambiate: ho trovato il mio target!

“Parliamo di soldi. Ci campi con la tua nuova attività?”.
Ancora non posso rispondere di sì, ma dalla mia prima partecipazione all’East Market le vendite stanno aumentando. Si dice che attività di questo tipo vadano a regime dopo circa due anni: io sono all’inizio del secondo e il bilancio inizia ad essere positivo.

“Cosa vedi nel tuo futuro?”.
Vorrei dedicarmi anche all’organizzazione di eventi, e di mercatini in particolare. Ho iniziato l’anno scorso con il Brunch Market in una birreria milanese e poi con il Merry Handmade per Natale, ed in particolare con l’evento di Milano, in questo caso nel mio ruolo di co-responsabile regionale per A Little Market. Si impara a fare un pò di tutto: dalla selezione degli espositori, all’allestimento, alla promozione, al catering, alla musica. Nel mio futuro vorrei certamente puntare anche su questa attività.

“Cosa ti piace di più di questo lavoro e del nuovo ambiente? Che differenze hai trovato rispetto al mondo dell’architettura?”.
Per prima cosa la felicità nel vedere realizzati i miei lavori. Ovviamente la scala è diversa, ma in dieci anni da architetto il numero dei progetti che sono riuscita a vedere realizzati è ridicolo. Inoltre nella progettazione è difficile seguire tutto l’iter realizzativo, le imprese fanno ciò che vogliono per ragioni di budget e alla fine snaturano il progetto iniziale. Nell’handmade, invece, ho modo di incontrare direttamente i clienti e di vederli soddisfatti del proprio acquisto; mi capita che postino foto dei miei oggetti sui social o che vengano ad un mercatino proprio perché sanno che io ci sarò. Mi dà soddisfazione.
N.d.R. – Mentre pranziamo Anna riceve al telefono la richiesta per un ordine personalizzato.
Un altro aspetto positivo e per me fondamentale è l’aiuto che mi arriva dalla rete degli altri crafter e artigiani.

Gli architetti, invece, non sanno fare rete, non sanno condividere, non raccontano come hanno fatto una certa cosa, come hanno risolto quel problema o cosa è venuto fuori di nuovo in quel cantiere. Ognuno lavora esclusivamente per se stesso.

Dal mio punto di vista si sono bruciati, si sono rovinati la reputazione, con la politica, con le tangenti. Ci credo che la gente, generalizzando, si faccia una cattiva idea di noi come professionisti. Anche io ho incontrato persone di dubbia moralità.
Per non parlare delle donne in architettura. In Italia sembra essere un binomio impossibile, è ancora un mondo molto maschilista: devi scegliere, la famiglia o il lavoro, e non veniamo più ritenute idonee a svolgerlo dopo che diventiamo madri.

Insomma, oggi posso dirti che non tornerei mai indietro.

N.d.R. – La nostra chiacchierata si è svolta al Dopolavoro dell’Hangar Bicocca; uscendo, Anna approfitta della bellissima giornata e del cielo di Milano insolitamente blu per fotografare La Sequenza di Fausto Melotti posta nel giardino di fronte all’ingresso dell’Hangar. Mentre mi parla di questo giardino contemporaneo progettato dal paesaggista Marco Bay e mi racconta del suo amore per le graminacee e per i loro colori, mi trovo a pensare che, partita Iva o meno, una passione vera non si cancella. Tu che ne dici?

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*** Tutte le foto sono di proprietà di Nigutindor.


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